Catholic World

La malattia oggi a Roma e nella nostra società

Camminando accanto ai malati: Intervista a don Tiziano Soldavini, di Maria Antonietta Fontana

Vi è mai capitato di pensare all’importanza del ruolo svolto all’interno delle strutture ospedaliere e sanitarie in generale dai cappellani, e da quanti li assistono nell’accompagnamento dei sofferenti? Non si tratta certamente di un ruolo semplice, anche perché i continui tagli alla Sanità nel nostro Paese penalizzano in primis tutte le spese che non siano giudicate assolutamente imprescindibili; il personale è andato via via diminuendo, e questo vale anche per quanti prestano la loro opera non direttamente come medici o infermieri.
Nella sola Roma esistono una trentina di strutture ospedaliere pubbliche,  e più di duecento strutture private (tra cliniche e case di cura). I sacerdoti e laici impegnati nell’applicazione pratica della pastorale della salute si trovano di fronte ad un compito enorme, tanto più che le famiglie dei malati – contrariamente a quello che sarebbe auspicabile – finiscono con il potere esercitare soltanto in minima parte la loro funzione di sollievo dei loro malati.
In questo contesto, la pubblicazione lo scorso mese di maggio, del libro “Invisibili Uomini persi Amici miei” per i tipi di Intermedia edizioni, da parte di don Tiziano Soldavini, che per anni (fino al settembre 2011) è stato cappellano presso l’Ospedale Spallanzani (Istituto Nazionale per le Malattie Infettive) non costituisce soltanto una testimonianza preziosa, ma uno stimolo per tutti, e a maggior ragione per noi credenti, a riflettere su alcuni aspetti ai quali non pensiamo più.
Ecco perché, dopo avere riletto il libro più volte, mi sono messa in contatto con lui e desidero proporvi un breve resoconto della nostra lunga conversazione:“Don Tiziano, dalle pagine del Suo libro emerge con molta forza l’immagine di un dolore indicibile, e si avverte l’incapacità del nostro sistema di farvi fronte in modo adeguato. In base alla Sua lunga esperienza all’Ospedale Forlanini, che costituisce una punta di diamante nella lotta a tutti i tipi di malattie infettive, e in particolare all’AIDS, si può dire che nell’ultimo decennio si è assistito ad un progresso nel fronteggiare la malattia?”
«Dobbiamo distinguere. Sotto il profilo medico, sicuramente il progresso c’è stato. A livello umano invece no. Ci si volta dall’altra parte di fronte alla sofferenza e al dolore. Specie quando si parla di malattie infettive, e in particolare di sieropositività e di AIDS, continua a esserci distacco, anzi, un vero e proprio rifiuto. Questo perché le persone che contraggono l’AIDS provengono in buona parte da realtà di emarginazione, e la gente ha il cuore chiuso. Bisogna anche dire che c’è ancora molta ignoranza, e sebbene in effetti ormai si sappia benissimo quali sono le vere cause di contagio, le persone sane istintivamente si allontanano. Direi di più: l’allontanamento si verifica anche nei confronti di quei pazienti che contraggono la malattia in modo che non ha niente a che vedere con il sesso o la droga: mi riferisco, ad esempio, a chi si ammala a seguito di trasfusione accidentale con sangue infetto.»

“Dal suo libro emergono con forza le motivazioni e i sentimenti dei malati, come Stella o Joy, sia nei confronti dei sani, sia soprattutto rispetto alla propria malattia. Qual è la reazione di fronte all’infezione da parte di chi la contrae a seguito di trasfusione?”
«In questi casi è molto forte il senso di “maledizione”, di ribellione e di rifiuto. Il malato si trova in una situazione sconfortante, perché si sente vittima di una condizione disperata per la responsabilità di altri. E poi subentra la vergogna: vergogna di fronte alla moglie, al marito, ai figli, agli amici… Il malato non si toglie di dosso il senso che gli altri sospettino di lui, per avere contratto una malattia in qualche modo infamante. Queste persone, soprattutto quando lontane da una qualsiasi fede, si trovano in una situazione di solitudine profonda, ed hanno bisogno di grande amore da parte di chi li circonda».

“Un ospedale come lo Spallanzani ha un servizio di assistenza psicologica adeguato a queste esigenze?”
«Assolutamente no. La psicoterapia di sostegno è molto carente. Di fronte a, diciamo, una media di 100 malati di AIDS (per non parlare delle altre malattie), gli psicologi del servizio ospedaliero sono troppo pochi. Non c’è proprio possibilità di garantire un accompagnamento adeguato, e questo nonostante la buona professionalità degli operatori. Ma, soprattutto, quello che ho sperimentato non solo allo Spallanzani, ma anche in altre realtà sanitarie, la situazione è peggiorata dall’impossibilità di strutturare un vero e proprio lavoro di équipe. Il medico fa il suo; l’infermiere fa il suo; lo psicoterapeuta interviene quando chiamato… ciascuno svolge il proprio ruolo, ma in assenza di coordinamento. Così i risultati sono ridimensionati per forza di cose. ».

“Come si colloca il cappellano in questo contesto? E, soprattutto, riferendomi alla Sua esperienza, cosa accade nel rapporto con malati non cattolici?”
«Il malato cattolico può contare sul proprio sacerdote; la situazione è diversa per quanti professano una religione diversa, per i quali non è prevista in Italia la presenza di una assistenza spirituale-religiosa corrispondente. Gli ospedali non hanno alcuna considerazione per la professione religiosa dei pazienti. E siamo chiamati a intervenire noi cappellani; in questi casi, di solito il malato ha piacere di entrare in rapporto con il cappellano cattolico non in quanto presbitero, ovviamente, ma in quanto uomo di Dio. ».

“C’è posto per il volontariato?”
«Il volontariato purtroppo è ridotto all’osso. Allo Spallanzani potevamo contare su membri della Comunità di S. Egidio e sulle Suore della beata Teresa di Calcutta. Poi c’era qualche altra piccola realtà personale, che però interveniva accanto ai malati in prossimità delle feste di Natale e Pasqua. Ma quello che serve nell’accompagnamento dei malati gravi (non mi piace usare la definizione “terminali”) è una continuità affettiva. L’intervento durante le feste in realtà va scoraggiato, se poi gli stessi malati vengono lasciati soli nel resto dell’anno, per non parlare del deserto dei mesi estivi, quando l’ospedale è pieno di malati ma si svuota del tutto di volontari. C’è comunque da dire anche che ottenere il permesso per esercitare il volontariato all’interno di un ospedale specializzato in malattie infettive come è lo Spallanzani implica delle procedure particolari, un po’ più complicate: la burocrazia appesantita non aiuta.».

“Ho conosciuto altri cappellani, che mi parlavano comunque di difficoltà crescenti nell’esercitare il proprio ufficio all’interno delle strutture sanitarie, legate alle scelte politiche del Paese. Questa è anche la Sua esperienza?”
«Sì. Prima di lavorare allo Spallanzani sono stato il primo cappellano dell’Ospedale di Tor Vergata, quindi mi sono confrontato con la necessità di dare inizio alla cappellania; ho potuto sperimentare situazioni di difficoltà soprattutto nelle relazioni con il personale ospedaliero, più che con i malati o le loro famiglie. Non dobbiamo dimenticare che per un cappellano il dialogo con il personale dell’ospedale in cui opera è parte fondamentale dl proprio lavoro. Il suo ruolo di assistenza spirituale si estende necessariamente anche a loro. Purtroppo la società di oggi cammina verso una scristianizzazione, e questo implica difficoltà crescenti proprio in questo settore. Ad esempio, mi sono trovato nella necessità di prendere la penna e scrivere al Dirigente dell’ospedale per segnalare il fatto che un infermiere iniziava a bestemmiare tutte le volte che mi incontrava, indipendentemente da dove ci trovassimo all’interno dell’ospedale e di chi fosse presente. D’altra parte c’era anche un medico che si presentava a fare la visita nelle corsie tutte le volte che io mi trovavo lì per amministrare l’Eucarestia ai malati, a qualsiasi ora…D’altro canto, per fortuna sono testimone anche delle lotte affrontate da un primario per potere appendere il Crocifisso nelle varie corsie. Comunque, la situazione è delicata; per questo il nostro dovere è quello di avvicinarci al personale con la massima attenzione, nel rispetto delle convinzioni di ciascuno, per potere instaurare un dialogo basato sul rispetto reciproco, in modo da evitare il pericolo di essere allontanati. “Rispetto” è la parola chiave: è l’unico modo in cui si può evitare che i pazienti, da persone, diventino esclusivamente dei numeri. Rispetto della dignità personale. E questo lo si ottiene con pazienza, perseveranza, e amore. Le difficoltà sono via via maggiori perché  anche i cristiani si nascondono, invece di testimoniare. ».

“Qui veniamo alla domanda cruciale: la comunità cristiana come dovrebbe affrontare questa realtà terribile di malattie e di emarginazione? Come affiancarsi al vostro operato per alleviare la solitudine ?”
«I credenti hanno un ruolo stupendo da svolgere. Cristo è Amore, Cristo è Misericordia, la Misericordia di Dio: l’Amore viene prima della Parola. L’Amore è accoglienza, gioia, fraternità. Cristo nell’incontrarci ci cambia la vita, e non dobbiamo temere di farcela cambiare. La “Cristo-terapia” ci fa affrontare la vita in maniera del tutto nuova, ci rende forti, capaci di affrontare le difficoltà, capaci di portare amore vero al nostro prossimo. In tutte le realtà di emarginazione, la Cristo-terapia ci aiuta: dobbiamo intervenire dando all’altro il nostro aiuto, come sappiamo fare; il reciproco aiuto trasmette gioia, ed è la vera risposta alle situazioni di povertà, di abbandono psicologico. Dobbiamo fare sentire agli altri la presenza “Altra” che cambia la vita di ognuno di noi. Debolezza, fragilità sono guarite continuamente dalla Sua infinita Misericordia e dal Suo Amore.».

“E infatti nel Suo libro Lei ricorda in particolare alcuni casi di guarigioni di bambini pure in situazione di estremo degrado ed abbandono”
«Sì. Perché la guarigione dalla disperazione e dalla solitudine incomincia dalla “guarigione” del cuore dell’altro. E questo è vero sempre e comunque, in tutte le realtà di emarginazione. Non dobbiamo nasconderci o avere paura di donare amore. Come cristiani questa è la nostra missione, che dobbiamo svolgere con gioia. Non passa giorno che io non sperimenti questa gioia.»

“Il libro è uscito solo quest’anno, a una certa distanza dalla fine del Suo compito allo Spallanzani. Ma so che da questa esperienza sono nate – o stanno nascendo – nuove realtà di aiuto intorno a Lei…”
«Il libro è stato pubblicato quest’anno, ma in realtà io l’avevo scritto quando ancora ero allo Spallanzani. Ovviamente ho cambiato i nomi dei pazienti, per rispettarne la privacy. Gli incontri al reparto di Post-Acuzie non possono non segnarti la vita, se il tuo cuore non è indurito. Ma i cristiani spesso non aprono il loro cuore. Ecco il perché del titolo “Invisibili Uomini persi Amici miei”…  Noi cristiani abbiamo il dovere di cambiare il mondo intorno a noi lasciando una testimonianza d’amore. E’ incredibile quali miracoli si compiano ogni giorno grazie all’Amore e alla preghiera.
Attualmente sono titolare di una parrocchia in una zona limitrofa a Roma, frequentata da zingari. Sempre in zona abbiamo dato vita ad una ONLUS che ha fondato una comunità-alloggio per donne vittime di violenza, mentre un altro gruppo ha dato vita ad una casa-famiglia a S. Martino di Caianello, ed una terza realtà sta nascendo per dare assistenza ai detenuti nel carcere di Rossano. Inoltre alcuni dei laici della mia piccola comunità – che ha un ramo sia maschile sia femminile – hanno incominciato da due anni e mezzo un percorso verso la consacrazione.
Nel Lazio i fondi a disposizione del sociale sono pochi e molto frammentati: non si riesce a fare granché. Certo non possiamo pensare di sostituirci al settore pubblico; però possiamo e vogliamo dare il nostro contributo nei nostri limiti. Mi riferisco ai limiti imposti dalle nostre stesse capacità. Non si può volere fare tutto, anche se c’è un gran daffare…. Pensiamo di creare ad esempio un centro in cui medici che condividono il nostro obiettivo possano prestare gratuitamente la loro opera verso malati in situazione di povertà; desideriamo creare punti di aggregazione per ragazzi di queste zone disagiate, per toglierli dai pericoli della strada, per dare loro attraverso il gioco e la socializzazione una nuova ragione di vita e di integrazione sociale.»
Ho promesso a don Tiziano di andarlo a trovare presto, perché non si può restare indifferenti alla sua testimonianza. Il suo libro chiarisce che cosa significhi per ciascuno di noi – malato o sano – accettare di entrare veramente in contatto con l’altro, lasciando da parte stereotipi e pregiudizi. Don Tiziano usa un’espressione forte: parla di «lasciarsi incastrare in un pasticcio d’amore» come via di redenzione per ciascuno. E, alla fine della lettura del libro, e a maggior ragione dopo avere parlato con lui, ci si rende conto che la vera malattia è quella del nostro cuore, che ci rende estranei alla sofferenza, incapaci di accettarla, condividerla, darle un senso, redimerla. Spogliamoci dunque del nostro egoismo, e apriamo i nostri cuori alle “Stella”, alle “Feliciana-Feliz”, alle “Joy” accanto alle quali passiamo ogni giorno come se fossero invisibili…Facciamo sì che intorno a ciascuno di noi nasca una piccola oasi d’amore, perché la nostra piccola goccia possa unirsi a milioni di altre gocce nel mare d’amore di una Cristo-terapia di cui il mondo ha sempre più bisogno…

 

Maria Antonietta Fontana
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