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Migrazioni e Diritti Umani

La maggioranza dei migranti arriva in Italia in aereo, comodamente, con visto turistico. Il visto scade, il migrante resta. E non ai centri di accoglienza o identificazione, ma presso amici, parenti, o semplicemente in strada. E chi sono?     di Paola Pinna

Non è facile parlare oggi di migranti, di flussi in transito attraverso il Mediterraneo, di frontiere aperte, di esodi. Non dopo i fatti di Parigi, del Sinai, del Mali. 13 giorni tragici, centinaia di vittime innocenti.

Un’ondata stragista che ha sconvolto l’Europa, ma che ha segnato profondamente anche i rapporti con le comunità islamiche e con tutte le persone che provengono da Paesi a maggioranza musulmana, siano esse migranti o residenti da generazioni in Europa. Persone, e non uso questa parola a caso: dobbiamo tener sempre presente che, ogni volta in cui diciamo la parola ‘vittime’ o ‘morti’ o anche ‘terroristi’, ci riferiamo a persone, soggetti che hanno delle origini e una storia. Quando avvengono fatti come questi è facile cadere in generalizzazioni che fanno del male a tutti, anche e soprattutto a coloro che vorremmo proteggere. Costoro, comunemente vengono detti civili innocenti. E’ questa l’unica generalizzazione accettabile: civili innocenti. Perché chi siede in un aereo o in un bistrot o assiste a un concerto rock è un civile, nel senso di cittadino, ed è innocente, fino a prova contraria.

Detto questo, è necessaria, persino auspicabile, una reazione a questo attacco. Cosa facciamo? come rispondiamo alle stragi che ci sono state e a quelle minacciate, ancor più spaventose perché annunciano un futuro incerto, pericoloso, temibile? Sinceramente, non ho una risposta efficace a questa domanda. Nessuno ce l’ha. Non ce l’ha chi promette di distruggere lo Stato Islamico a suon di bombe, non ce l’ha chi caldeggia l’isolamento, il blocco alle frontiere. Non ce l’ha nemmeno chi offre di ‘porgere l’altra guancia’ e abbracciare il ‘fratello terrorista’, perché i terroristi non hanno fratelli o sorelle o madri o padri. O sono morti, o li hanno già traditi.

Eppure, ci sono eventi che succedono dopo gli attentati che lasciano presagire una sorta di salvezza collettiva. Sabato scorso, qui a Roma, a Firenze, a Milano e in altre città italiane è successo qualcosa. Delle persone sono scese in piazza, con cartelli e slogan. Non erano una moltitudine, ma c’erano molte donne. Tra discorsi, manifesti e striscioni hanno protestato contro l’ISIS con coraggio e fermezza. E hanno letteralmente scomunicato lo Stato Islamico, come solo loro, credenti dell’Islam, possono fare. Noi ‘cristiani’ non ne abbiamo titolo.

 L’Islam non ha papi, non ha concili, non ha una gerarchia che stabilisce cosa è fede e cosa è eresia. Ha solo la fede dell’individuo e il consenso della comunità. Per questo hanno parlato anche gli imam. A Firenze l’imam, che è anche presidente dell’Unione delle comunità islamiche d’Italia, ha tenuto un sermone con citazioni, esortazioni e ammonimenti, che si può riassumere in una sola frase: chi pratica il terrorismo non è un credente. E’ fuori dall’Islam prima ancora che dal consesso civile.

Le manifestazioni, e in particolare quella di Roma, hanno visto in strada persone che per tradizione e cultura non è facile vedere insieme. A noi paiono musulmani tutti uguali, ma vengono da paesi diversissimi, dal Marocco e dal Bangladesh, dalla Nigeria e dall’Egitto. I più giovani, poi, vengono dall’Italia e basta, sono nati qui. Per capirsi tra di loro, i musulmani d’Italia devono parlare italiano. La fede li unisce e ora li unisce anche la rabbia: di essere considerati pericolosi e anche di essere essi stessi in pericolo. Perché l’ISIS o il terrorismo islamista in genere uccide soprattutto musulmani e le dimostrazioni possono causare reazioni anche contro di loro. I cortei di sabato hanno riunito musulmani che non temevano la polizia o la repressione, cosa che non si può dire di molti dimostranti della cosiddetta primavera araba o anche di altri momenti di protesta. Erano in Europa, nella civile e ora angosciata Europa, che prima si preoccupava di dove mettere i profughi e ora non sa come trovare nuclei assassini.

E qui torniamo al cuore di questo intervento, che deve riguardare i migranti e soprattutto le donne. Vorrei subito darvi un dato spesso ignorato ma importante: quelli che arrivano via mare sono una percentuale molto piccola di profughi o migranti. Il fenomeno barconi è eclatante, visibile, in continua crescita, ma a livello numerico di ‘bassa portata’. La maggioranza dei migranti, secondo tutte le fonti disponibili, arriva in Italia in aereo, comodamente, con visto turistico. Il visto scade, il migrante resta. E non ai centri di accoglienza o identificazione, ma presso amici, parenti, o semplicemente in strada. E chi sono?

Al primo posto fra gli stranieri presenti in Italia, secondo i dati ufficiali, ci sono i rumeni, che sono oltre un milione. I rumeni per la maggior parte sono cristiani ortodossi. In seconda posizione ci sono gli albanesi, quasi 600 mila, per il 70% non praticanti (lascito della dominazione sovietica) e, fra i rimanenti, al 60% musulmani e al 20% ortodossi. Seguono i marocchini, quasi 500 mila, quasi totalmente musulmani, e ancora i cinesi, circa 200 mila, quasi tutti atei. Dunque in larga parte gli stranieri in Italia sono cristiani, oppure atei, solo in piccola parte professanti l’Islam. Capisco il senso di accerchiamento che in molti provano, capisco la paura, arrivo a capire persino il ‘populismo’ applicato alla politica internazionale, ma i numeri sono numeri, e quando parlano i numeri, la politica deve fare un passo indietro.

Ancora, per capire bene il fenomeno migranti in Italia, può aiutare un altro dato. La Direzione Generale della Statistica del Ministero della Giustizia ha acceso un faro sulla tratta di esseri umani, fenomeno tragicamente attuale e che vede aperti ogni anno circa 250 processi. L’indagine riguarda i 74 processi arrivati a sentenza di I grado tra il 2009 e il 2013, per fatti risalenti al periodo 2007- 2011. Si fa riferimento ad una condizione umana analoga alla schiavitù, perché la schiavitù in senso legale, come proprietà di un essere umano, non è giuridicamente possibile.

Dall’indagine risulta che la vittima tipica dello sfruttamento ha in media 25 anni (ma ci sono anche bambini e bambine), nel 75% dei casi è donna, di nazionalità estera, principalmente rumena (51,6%) e nigeriana (19%), spesso sposata (13,6%) e con figli (22,3%). Il 15,7% delle vittime sono minorenni che giungono in Italia insieme o con il consenso dei genitori. Il 21,4% sono uomini venuti in Italia cercando lavoro. Le donne 3 volte su 4 sono costrette a prostituirsi con violenze e minacce, gli uomini a lavorare in condizioni di schiavitù o a dedicarsi al furto e all’accattonaggio.

Ma torniamo indietro, ai barconi e ai flussi di disperati che attraversano il mar Mediterraneo in quelli che vengono chiamati viaggi della speranza ma che sono causati in massima parte dalla disperazione. Tra due giorni, esattamente il 28 novembre compirà vent’anni la codifica legale del rapporto tra Unione Europea e paesi del bacino del Mediterraneo. Il 28 novembre del 1995 fu infatti sottoscritta la Dichiarazione di Barcellona, con la quale l’UE istituiva un contesto di cooperazione multilaterale con i paesi del bacino mediterraneo. La firmarono dodici paesi terzi: Algeria, Cipro, Egitto, Israele, Giordania, Libano, Malta, Marocco, Siria, Tunisia, Turchia e Autorità palestinese. La dichiarazione di Barcellona prevede riunioni periodiche dei ministri degli Esteri dei partner mediterranei e dell’UE. Queste riunioni si fanno tutt’ora e a volte sono allargate anche a rappresentanti della Lega degli Stati Arabi e dell’Unione del Maghreb arabo. Da questa iniziativa non sono mai arrivati risultati apprezzabili. E, in più, i tempi sono cambiati, tanto che l’oggi non somiglia in nulla al domani che ci si aspettava nel ’95, quando parole come Isis, Boko Haram o primavera araba non erano state ancora inventate, al pari di globalizzazione, glocal, interculturalità.

Dicevo all’inizio che ogni migrante è una persona. Un individuo che per comodità statistica, politica o semplicemente narrativa tentiamo di inserire in un cluster predefinito. I ‘migranti’ appunto. Io penso che per capire il fenomeno delle migrazioni dobbiamo guardare i volti di quelle persone e vedere come sono cambiati. In massima parte, i migranti che vivono oggi in Italia sono donne. Incrociando i dati del XX Rapporto sulle migrazioni della Fondazione Ismu e il Dossier Statistico Immigrazione 2014 si ha una fotografia molto chiara: la popolazione straniera in Italia, negli ultimi due decenni, è cresciuta da 500mila a 5,5 milioni di unità. Al primo gennaio 2014, poi, gli stranieri sono aumentati di oltre mezzo milione rispetto al 2013. E le donne, a sorpresa, superano gli uomini. Se nei primi anni duemila il rapporto tra donne e uomini immigrati in Italia era di equilibrio, spiega lo studio, dal 2009 si registra un superamento da parte delle donne, dovuto soprattutto all’aumento della richiesta di lavoro legato alla cura delle persone e ai ricongiungimenti familiari. E la componente femminile supera oggi quella maschile di 300mila unità. E parliamo solo di migranti regolari. Tra i clandestini la disparità numerica a favore delle donne è ancora maggiore.

E’ lì che si nasconde il dramma nel dramma. Le donne sono madri, mogli e sorelle, ma nel viaggio disperato verso la salvezza diventano oggetti di carne. Parlare di stupri e sevizie è riduttivo. Per una donna doversi concedere a un carovaniere o a uno scafista o a un miliziano è quotidianità, un orrore inevitabile che segna le loro vite per sempre. Dalla tortura del viaggio al Cie, spesso con un neonato in braccio. I racconti dei procuratori che si occupano di indagare sugli scafisti e sulla tratta di esseri umani in Sicilia fanno gelare il sangue nelle vene. Eppure, queste donne lo fanno. Perché l’alternativa sono altre violenze in patria, fame e guerra e terrore. Si chiama coraggio della disperazione. Perché avere paura tutti i giorni per tutta la vita è una “condizione insostenibile”. Dal 13 novembre, in misura minore, la stiamo sperimentando anche noi europei.

Vanno guardati bene i volti di quelle donne che viaggiano ammassate, abiti laceri e bambini al seguito, e vanno paragonati agli stereotipi che vengono applicati alle ‘donne arabe’, parole con cui vengono spesso ed erroneamente identificate tutte le donne musulmane, le extracomunitarie, le straniere. Nello stereotipo occidentale la donna musulmana è una figura senza volto, coperta da un burqa o da un chador, quando invece l’Islam impone soltanto l’uso del hiyab, un velo che copre i capelli. Il velo con cui è ritratta Hasna Aitboulahcen, la presunta kamikaze della strage di Saint Denis che kamikaze non era. Ecco. Un’altra generalizzazione che porta all’errore. Le donne arabe non sono esseri senza volto, anzi. Hanno un viso, spesso truccato, e anche una volontà, troppe volte messa da parte per costrizione sociale o per cultura.

E la cultura che ci fa più paura è ancora una volta quella islamica, perché “poverine, le mogli dei musulmani”. E’ vero: nei paesi in cui è in vigore la sharia alle donne non è quasi concesso nulla. Hanno solo un compito, ma anche un grande potere: provvedere all’educazione dei figli. Perché i bambini, piccoli e piccolissimi, stanno solo ed esclusivamente in compagnia delle madri. Non dei padri. E quando, se non nei primi anni, i bambini apprendono i ‘valori’ che li accompagneranno per tutta la vita? Chi insegna loro ciò che sarà alla base della loro essenza di uomini e cittadini del futuro?

Ieri, il 25 novembre, è stata la giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Già di per sé, il fatto che sia necessaria una “giornata mondiale” contro la violenza sulle donne ci dà la cifra del mondo in cui viviamo. Ma ancor più grave è che nel 2015 la cosiddetta società civile non abbia ancora capito che contrastare la violenza non è questione di tutela di genere, ma di lungimiranza. Che sia perpetrata a danno di una donna, di un uomo, di un bambino, di un omosessuale o persino di un animale, la violenza genera violenza. Eppure, oggi tutelare le donne, aiutarle a superare le

vessazioni cui vengono sottoposte, renderle cittadine consapevoli, soprattutto le bambine, è, io credo, il primo passo per consentire loro di avere un vero rapporto paritario con gli uomini, uno degli elementi fondanti del nostro essere cittadine europee e trasformarle così nelle nostre più formidabili alleate nella guerra al terrore. Madri di una generazione di pace, senza odio o violenza. Queste donne povere, derelitte, vittime che fuggono dagli stessi villaggi in cui trovano terreno fertile i dettami e le follie dell’Isis e che arrivano in Europa dopo odissee di terrore e violenza, sono donne speciali, perché nonostante tutto quello che devono affrontare restano donne normali, che amano i loro figli e che danno la vita per salvarli.

Non è giusto che finiscano in una banlieu, o in una periferia industrializzata, a prostituirsi o a sfornare bambini che diventeranno bombe d’odio innescate, pronti a seguire chiunque prometta loro una vendetta contro il mondo o i ‘cani infedeli’. La civilissima Europa non può permettersi tutto questo, non può chiudersi e non può ignorare chi viene qui a chiedere aiuto. Non può sfruttarlo, non può ‘parcheggiarlo’ in un vicolo, fuori dalla vista, e lasciare che stia lì o, peggio, opprimerlo con il peso di un continuo sospetto. Se lo farà episodi come gli attentati di Parigi non potranno che ripetersi. Oggi a nome dell’Isis, domani a nome del divario sociale, o del razzismo, o del gap economico o culturale.

Paola Pinna

 

Intervento in “MIGRAZIONI E DIRITTI UMANI”

26 novembre 2015 – Parlamento Europeo di Roma

IFDC – Internazionale Femminile di Centro e ASSOCIAZIONE ANCISLINK

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