Catholic World

Burka

“Maria Strova ha ben presente che per lei indossare il burka per provare a esprimervi comunque la propria corporeità flessuosa è consistito in una scelta, e quindi la sua condizione di partenza era ben diversa da quella delle donne costrette a indossarlo”. di Maria Antonietta Fontana

burka003Stiamo oggi vivendo un tempo in cui la comprensione e il dialogo interculturale (per non parlare di quello interreligioso) sono divenuti molto difficili, perché complicati da sovrastrutture e pregiudizi alimentati da atteggiamenti sedicenti progressisti, che spesso di veramente progressista hanno solo una patina esteriore.

Questo diventa molto evidente quando il discorso verte su tradizioni storiche e culturali tanto diverse dalle nostre, che finiscono anche col cozzare contro la necessità degli Stati di preservare adeguatamente l’ordine pubblico e la sicurezza dei cittadini al proprio interno. Esemplare, in questo senso, l’annosa questione dell’uso afgano del burka.

Ecco perché ho colto al volo l’opportunità fornitami dalla recentissima pubblicazione (ottobre 2015) dalla Gangemi Editore di un libro fotografico e non solo, dal titolo “Burka”, opera inattesa e sorprendente di Maria Strova.

Tutti sappiamo che l’adozione del burka da parte delle donne non interessa tutti i Paesi in cui l’Islam è la religione ufficiale; il suo nome stesso è l’arabizzazione della parola persiana “purda” che indica il velo. Per di più, si tratta di un abito che è entrato in uso solo agli inizi del secolo scorso, quando l’emiro afgano Habibullah Ghazi lo impose alle donne del suo harem quando esse ne uscivano, per sottrarle allo sguardo degli altri uomini. Quindi, si tratta di un indumento indossato all’inizio soltanto dalle donne di più alto ceto, che si diffuse nel Paese proprio come “status symbol”, come segno di particolare distinzione. Soltanto con l’avvento del regime talebano se ne è diffuso l’uso in tutto il paese, e addirittura il suo colore oggi indica spesso la provenienza di chi lo indossa: azzurro chiaro per Kabul e dintorni, bianco in Afghanistan del Nord, marrone e verde a Kandahar e nel Sud del Paese. Per essere esatti, il regime non obbliga ufficialmente le donne a indossarlo in pubblico, tuttavia spesso le donne oggi lo indossano comunque per ragioni di sicurezza, dovute all’estrema instabilità politica dell’area e alla forte incidenza di atti di estremismo.

Ma che storia ci narra il libro di Maria Strova?

Anzi tutto, lasciate che vi presenti in pochissime parole Maria, bellissima donna colombiana che, dopo avere studiato danza moderna negli Stati Uniti, vive da molti anni nel nostro Paese, nei dintorni di Roma, ed è molto nota in Italia e all’estero come studiosa e danzatrice, specializzata nella danza del ventre. Docente dello IALS, organizza corsi, Master class, spettacoli, ospita spesso nel Teatro del Respiro – da lei diretto – la crema della danza orientale e promuove eventi culturali sempre di grande interesse. Qualche anno fa mi colpì un suo libro dedicato a Salome e alla danza dei sette veli, cui ha anche dedicato uno spettacolo in cui la sua sensibilità e raffinatezza hanno ricreato una magia inaspettata.

burka002Non è un caso che Maria, di fronte alla prepotenza di un abito apparentemente così penalizzante per l’espressione del corpo femminile, si sia domandata come si possa vivere “dentro”, “sotto” il burka. Ne è nato appunto il libro di cui vi parlo, la cui prefazione si deve a Paolo Portoghesi. Nel libro le immagini parlano da sole, e sono accompagnate da testi brevi in tre lingue (“le mie tre lingue”, mi ha detto Maria con una punta di civettuolo orgoglio: inglese, italiano e spagnolo). La chiave di lettura di questa operazione, che di primo acchito potrebbe sembrare pretenziosa e velleitaria, sta in un passaggio dell’introduzione che si deve alla penna stessa di Maria:

“Non sono stata in Afghanistan, ma sono nata in Colombia, un paese in guerra civile da più di cinquant’anni, e da studentessa ho vissuto nei peggiori quartieri di New York, dove rendersi invisibili per proteggersi era tanto importante quanto parlare l’inglese o trovare un lavoro.”

Maria ha ben presente che per lei indossare il burka per provare a esprimervi comunque la propria corporeità flessuosa è consistito in una scelta, e quindi la sua condizione di partenza era ben diversa da quella delle donne costrette a indossarlo. Ma dai 23 scatti del libro (24 considerando la copertina, ed escludendo tutti quelli in cui la danzatrice non appare: scatti bellissimi dedicati a piante antiche) si evince la ricerca di una possibilità espressiva che sia prova di fusione con la natura circostante. Le immagini sono state scattate in momenti diversi (Maria mi ha detto che l’opera è frutto di un lavoro durato sette anni) a Ustica, Cefalù, Alia (tutti luoghi siciliani), Sidari (Corfù), e Fiano Romano. Ne emerge una grazia piena di vita in cui le pieghe del burka, da cui irrompono qua e là una gamba, un piede, gli occhi, le mani della danzatrice, creano l’incantesimo di una poesia arcana e lontana, che, sorprendentemente, non mortifica assolutamente la donna.

C’è però un “ma”.

Questa capacità del burka di svelare la donna che esso riveste, nonostante ne avvolga integralmente il corpo, è per così dire “aiutata” dall’artista stessa che, qua e là, emerge grazie allo “strappo” praticato nel tessuto (cfr. Introduzione, pag. 15). Una confessione sincera, che ci dice come in ogni caso sia importante il coraggio di chi indossa la veste perché dalla costrizione emerga la personalità vera “sotto” il burka. Ecco perché, nonostante per Maria l’idea di burka si associ a quella del fiorire improvviso di un fiore meraviglioso nel deserto, ella può comunque auspicare “che un giorno, non potendo più soffocare i corpi, possa essere appeso a un chiodo o mostrato nei musei assieme ad altri strumenti di tortura”. Benché la vitalità dell’artista “buchi” il burka, ed esprima la propria sensualità a dispetto del burka stesso, e sebbene per Maria sia chiaro anche quanto di positivo ci sia nel fatto che il burka consenta di “rimanere in privato quando si è in presenza di altri”, comunque di costrizione si tratta.

burka001Non credo che per una donna italiana sia lontanamente possibile immaginare come possa sentirsi una donna sotto il burka, anche se non mi è difficile che in certe situazioni possa aiutare a dare una sensazione di sicurezza. Il punto è domandarsi che mondo sia quello in cui ci si debba nascondere per paura di quanto è “fuori” del burka. Perché è anche vero (e anche questo emerge chiaramente dal libro) che anche noi indossiamo dei “burka”, sia pure virtuali, quando mostriamo solo la nostra maschera e addestriamo il nostro volto a non esprimere emozioni o prese di posizione, soprattutto quando queste non siano in linea con l’ambiente che ci circonda. Dovremmo quindi avere pudore, invece di tranciare giudizi avventati, e di combattere a spada tratta contro l’apparenza delle cose.

Maria ha il coraggio di porci di fronte a domande che fanno male. Chiede Maria: “Quanti burka accettiamo di portare in nome di una ingannevole libertà?”

Esserne consapevoli può aiutarci a comprendere le nostre sorelle di altra cultura, e aprire finalmente uno spiraglio che sia di comunicazione vera e apra la porta a quella libertà autentica che è fatta di conoscenza e di mutuo rispetto, scevra da radicalizzazioni, aliena da demagogie troppo facili, e riassume la nostra libertà di figli di Dio di scegliere tra il Bene ed un Bene maggiore.

 

Maria Antonietta Fontana

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