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Elezioni USA: il Supertuesday fa chiarezza

Sono elezioni di svolta della politica americana, di conseguenza anche per il mondo… di Michael Kin

TrumpClintonHillary contro Donald? Il Supertuesday ha fatto abbastanza chiarezza… ma, prudenza! Non corriamo a facili conclusioni: c’è una forte probabilità che Hillary Clinton e Donald Trump si sfideranno per la presidenza, ma non c’è ancora una certezza.

Cerchiamo di spiegare meglio come stanno le cose. Intanto i due partiti americani hanno un po’ cambiato pelle. I grandi solòni della politologia ci hanno sempre spiegato che negli Usa i due partiti non hanno caratteristiche ideologiche, per cui definire i democratici come sinistra ed i repubblicani come destra non avrebbe senso. La dimostrazione di questo è stato George Wallace, candidato alla presidenza Usa per i democratici, che non era di destra ma addirittura filo – nazista, tanto che il giorno prima del voto andò in visita al Nido d’Aquila di Hitler! In realtà Wallace non era un isolato ma rappresentava milioni di americani degli Stati del Sud a tendenza razzista e molto prossimi al Ku-Klux-Klan che appartenevano per tradizione al partito democratico.

Oggi, però, le cose stanno cambiando. Il partito repubblicano aumenta fortemente negli Stati del Sud e assume delle caratteristiche sempre più di destra o almeno centro – destra, mentre il partito democratico vede ormai leaders più simili alle posizioni di centro – sinistra o di centro. Non scordiamoci però che siamo in America, quindi esiste un comune sentire rispetto alla Costituzione ed alla Democrazia e Libertà, anche se qualche problema emerge.

In campo democratico non c’è partita. Sanders è un non-candidato, amato da gruppi giovanili contestatari ma non dagli operai, che si dichiara socialista, dunque si mette già da solo fuori della competizione perché un socialista a presidente Usa sarebbe un ossimoro. Se per assurdo avesse oggi più delegati della Clinton, il partito avrebbe chiamato Biden – che non si è schierato fin dall’inizio – e comunque il 15% dei superdelegati democratici, cioè l’apparato del partito, si sarebbe subito schierato contro Sanders. Ora Biden non è in campo, il rapporto delegati tra Clinton e Sanders è di 85% a 15%, si prevedono altre vittori di Hillary, i superdelegati sono quasi tutti con lei, quindi tra i democratici non dovrebbero esserci problemi.

Il campo repubblicano è più complicato, con sostanzialmente tre candidati alla nomination: Trump è nettamente in testa, segue Cruz, segue ancora Rubio. Trump per il partito è quasi un’offesa: è un alieno che ha ottenuto un risultato imprevisto e straordinario. Parla alla rabbia degli americani anti – Obama e non si fa scrupoli di attaccare chiunque. Gli hanno detto che l’appoggia il capo del Klan e che sul suo comodino ha il libro con i discorsi di Hitler, mentre persino il Papa lo ha attaccato, ma i primi due fatti non lo hanno scalfito, il terzo, addirittura gli ha portato molti voti in più da parte degli evangelici, nemici del cattolicesimo ed ancor più di una Papa argentino ritenuto lì un peronista anti – americano.

Cruz è oggi l’avversario più forte, ma, attenzione! Anche Cruz, paladino dei Tea – Party, è inviso all’establishment del partito. Un giornalista addirittura ha detto che se Trump finge di essere pazzo, Cruz lo è davvero!

Poi c’è Rubio, il paladino del partito, dei Bush, del mondo finanziario: dovrebbe essere fortissimo, invece stenta e non è facile un’alleanza sua con Cruz anti – Trump. Certo se il miliardario newyorkese non raggiunge alla Convention dell’Elefante la maggioranza, i superdelegati (che però qui sono solo il 7%) si schiererebbero contro Trump, ma sarebbero disponibili a sostenere un estremista come Cruz? Oppure Rubio ce la può ancora fare? A questo punto solo l’ingresso in campo di Bloomberg potrebbe ribaltare il tavolo, ma comincia ad essere tardi ed i suoi 50 miliardi di dollari di proprietà potrebbero essere inutili.

Insomma c’è la possibilità che contro Hillary ci sia Trump. Che cosa cambierebbe per noi europei? Se vince la Clinton ci sarebbe una continuità ma certamente molto diversa come energia politica e caratteriale. Per Putin e gli altri l’interlocutori potrebbe essere davvero diverso nei modi e nella sostanza, non però per l’Europa. Se vince Trump, allora gli Usa potrebbero oscillare tra l’isolazionismo simile alla ottocentesca dottrina Monroe e l’interventismo rapido e deciso, a sfiorare scontri davvero epocali.

C’è poi il problema della democrazia Usa. A chi andranno Senato e Congresso? Hillary spera di ribaltare la situazione, spostatasi a favore dei repubblicani con la presidenza Obama, Trump spera invece di avere l’en – plein: presidenza, Congresso e Senato, ma allora l’equilibrio dei poteri sarebbe compromesso ed un uomo solo, tra l’altro contro il suo stesso partito, avrebbe un potere immenso, simile alle presidenze sud – americane.

Chi vincerà? I politologi ci dicono che si vince al centro e quindi indicano Hillary, ma occorre essere prudenti, perché in più della metà dei cittadini – quelli che votano repubblicano – c’è una rabbia feroce che esplode in modo furibondo e questa attuale maggioranza potrebbe scegliere Trump, sempre che questi sia riuscito a vincere prima la Convention.

Sono elezioni di svolta della politica americana, di conseguenza anche per il mondo. Come europei ed occidentali ci auguriamo che la nuova presidenza significhi un miglioramento della situazione mondiale, trovando soluzioni al terrorismo, e certo non possiamo preoccuparci se, chiunque vinca, la politica Usa assuma un ruolo non più esitante ma deciso ed in grado di risolvere i problemi, anche a brutto muso se occorre, attraverso una politica coerente ed intelligente che faccia comprendere ai nemici degli Usa che molto è cambiato.

Michael Kin

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