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Quando il Teatro è Vita

“La recita di Lolek” di Miriam Spera – recensione di Maria Antonietta Fontana

A cosa serve la recensione teatrale di uno spettacolo che al momento ha terminato le sue repliche?

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Patryk Pawlak (Lolek) e Giovanna Lombardi (Giulia)

Una domanda del genere, a prima vista spontanea, in realtà parte dal presupposto che una recensione sia sempre e soltanto una guida che ci aiuta a capire se andare ad assistere a un certo spettacolo potrà incontrare i nostri gusti. E, in una certa misura, questo è vero nella gran parte dei casi.

A me però piace pensare che la riflessione su uno spettacolo, al di là della condivisione sul gradimento o meno dell’evento, costituisca un modo per condividere con chi legge uno spazio di riflessione su tematiche importanti.

Alcuni giorni fa, dunque, mi sono recata all’ultima replica di questa pièce che ha avuto luogo al Teatro Petrolini in Roma. Non avevo alcuna idea del fatto che avrei sentito la necessità di scriverne, tanto più che, appunto, era un’ultima replica. E invece…eccomi qui.

La trama è molto semplice. Siamo alla sera del 2 aprile 2005 in un teatro di una località della Ciociaria, dove una piccola compagnia è alle prese con le ultime prove prima del debutto nella “Vita di Galileo” di Brecht. Ma durante le prove le campane a morto annunciano, qui come al resto del mondo, la morte di Papa Giovanni Paolo II. A questo lutto segue – come sappiamo tutti noi che l’abbiamo vissuto – la chiusura dei teatri. Quindi, per la compagnia protagonista del lavoro di Miriam Spera, segue lo slittamento di un paio di giorni della data del debutto, l’abbandono del protagonista per precedenti impegni con la conseguente necessità di sostituirlo con qualcuno, e il provvidenziale e contestuale arrivo in teatro di un giovane polacco con gli occhiali, i pantaloni lisi, le scarpe sfondate, un paio di sci “belli come li facevano una volta” che si chiama Lolek (ossia Karol) e conosce a menadito la parte di Galileo. Inutile dire che il polacco viene cooptato dalla compagnia, sia pure con qualche dissenso…

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Monica De Simone (Sabella), Giovanna Lombardi (Giulia) e Miriam Spera (Giuditta)

La pièce è estremamente semplice e complicata al tempo stesso. Semplice, perché chiaro è il linguaggio, chiare le dinamiche nelle relazioni tra i personaggi, chiaro il loro background di attori figli del Sessantotto, chiaro il loro iniziale intento di proclamare la supremazia della ragione sulla superstizione della fede. Ma con l’arrivo in teatro di Lolek nulla sarà più come prima.

I dialoghi dal Galileo di Brecht – il lavoro che la compagnia sta preparando, come omaggio alla vittoria della scienza, ossia della ragione, sulla fede – si intrecciano con la vita vissuta; la realtà della finzione scenica diventa realtà tout court: meglio ancora, viene superata da una realtà sempre più pervasa di “cattolicesimo”, come scoprono i personaggi in alcuni casi addirittura con stizza. Brecht è teatro della parola; Lolek è al servizio della Parola.

I due piani si trovano completamente sovvertiti. E Karol viene riconosciuto senza alcuna ombra di dubbio per quello che è, ossia “jó Papa”, da Sabella, Giuditta, Giulia, ed Ernesto: ossia, le tre donne della compagnia, e un bambino. È un caso?

Per tutti gli altri attori, Lolek è uno dei tanti pellegrini polacchi accorsi a Roma per rendere onore all’illustre scomparso. Lui, però, al proprio arrivo, ha dichiarato con grande semplicità di non esserlo: lui sta tornando a casa ma ha perso la strada…perché, dopotutto, “non ci si può che perdere davanti ai prodigi della parola (indica il palco)”.

Quanti giochi tra parola e Parola, quanti slittamenti semantici, e con che grazia ammiccante…

Così, per uno degli attori, di dichiarata fede comunista, sbalordito dall’improvviso inserimento del polacco nella compagnia, giunge spontanea l’esclamazione: “Però, come sono bravi e rapidi a far carriera!”. Quanti commenti analoghi si facevano all’epoca, a proposito del successo di personalità polacche, qui in Italia…

Lolek, che si fa anche chiamare Wujek – ossia “zio” (un riferimento alla definizione di sé che Papa Woitiła usava per sostituire la parola “padre” ai tempi delle persecuzioni contro i credenti polacchi) -, per lui è solo un qualsiasi pellegrino polacco; ma per suo figlio (il bambino della compagnia) e

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Franco Sciacca (Michele), Emidio La Vella (Pier Maria), Giovanna Lombardi (Giulia), Giona Cecchetto (Ernesto) ed Emanuele Natalizi (Mattia)

per Sabella (l’addetta alle luci, che gli altri considerano un po’ troppo sempliciotta) è immediatamente chiaro che si tratti del Papa.

 

Bellissima la frase che ritorna più volte nel corso della rappresentazione, sia in italiano, sia in dialetto ciociaro : ”Ma mó uno, quando se mòre, smette d’esiste?”.

Per Sabella, l’anima più semplice del gruppo, e per Ernesto, il bambino, è assolutamente chiaro quello che è successo. Ernesto è colui che dà voce al pensiero delle donne quando esclama, come se niente fosse: “Ha paura. Si sente solo in quella immensa basilica. E vuole stare con degli attori. Come quando era giovane e faceva il teatro di nascosto, perché c’erano i nazisti. O magari vuole solo recitare ancora una volta, prima di morire del tutto. Papà dice che nascere attori può essere una maledizione o una benedizione. Ma che in entrambi i casi, te la porti addosso per sempre… E allora… anche se in mezzo alla vita fai il Papa, è da attore che devi morire.”

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La compagnia quasi al completo (nell’ordine da sin a destra: Franco Sciacca, Emidio La Vella, Patryk Pawlak, Giovanna Lombardi, Giona Cecchetto, Miriam Spera, Emanuele Natalizi e Ambrogio Colombo)

E in questa battuta – che sul palcoscenico il piccolo Giona Cecchetto ha porto da par suo, da vero figlio d’arte quale egli è – sta il pensiero centrale sotteso all’intero lavoro. Dove, al di là delle riflessioni evangeliche, delle citazioni, dei movimenti appartenenti alla ritualità sacerdotale, il testo costituisce un triplice omaggio ricco di spiritualità e di forza: un omaggio a Karol Woitiła, un omaggio alla figura del “padre” attorno alla quale ruotano tutti i personaggi (sia gli attori del 2005 sia i loro ruoli in Brecht), ma, soprattutto, un omaggio incredibile al Teatro.

La morte di Wojtiła è stato un momento fondamentale nella Storia di inizio millennio, e la sua grandezza ha di gran lunga oltrepassato lo spazio costituito dal mondo cattolico. Così è anche nel lavoro di Miriam Spera.

Ma qui il gioco delle parti assume leggerezza e verve. La Storia non accade fuori del teatro, ma ne è parte integrante.

Sbaglierebbe chi pensasse che tutto questo si concretizzi in uno spettacolo difficile, pesante, in un susseguirsi di elucubrazioni intellettuali. No: “la Recita di Lolek” è, per definizione dell’Autrice, una commedia e tale resta fino in fondo. Come lo è la vita.

Così, la pièce non poteva che terminare con una strizzatina d’occhio semiseria: la battuta di Bertino, il custode ciociaro del teatro: “Oh! Nó state a raccondà niènde a nisciuno. Stasera, voi avete visto jó Galileo de Brechte”.

Maria Antonietta Fontana

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