Global Village

Il buco nero dei diritti umani

Dal Festival dei Diritti umani, alla Triennale di Milano    di Marco Sambruna

L’incontro clou del “Festival dei diritti umani” in corso presso la Triennale di Milano riguardava il disconoscimento dei diritti umani per le minoranze etniche e di genere che vivono in Medio Oriente. Tra i relatori, certamente dotati di grande competenza in materia, Carla Del Ponte già Procuratore del Tribunale Internazionale, Paola Caridi autrice del libro Arabi invisibili, Marina Petrillo giornalista di Radio Popolare.

La relazione ha preso in esame la situazione dei diritti umani in alcuni paesi del Medio Oriente sottolineando le differenze specifiche.

In Siria si denuncia il dramma della popolazione civile ad Aleppo dove sono stati recentemente colpiti un ospedale pediatrico e un campo profughi e l’impotenza del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che sembra incapace di promuovere azioni veramente efficaci per fermare la guerra. Carla del Ponte ha del resto sottolineato come il Consiglio di Sicurezza sia un organismo politico molto più che giuridico e che quindi la sua azione è limitata dall’incapacità di comminare sanzioni significative L’interrogatorio di alcuni disertori dell’esercito lealista siriano promettono nuove importanti rivelazioni sul ruolo di Assad circa l’attuale situazione in Siria anche se, sottolinea Carla Del Ponte sollecitata da una domanda dal pubblico circa fantomatiche e occulte sinergie fra Assad e l’Is, non ci sono prove documentali circa una connivenza del presidente siriano col califfato islamico.

Ben più dimostrato invece il caso delle persecuzione contro la minoranza religiosa degli yazidi ad opera dell’Is. Le stragi di yazidi sono note al Consiglio di Sicurezza dell’ONU grazie alla segnalazione di Nadia Murad una yazida irachena rifugiata in occidente già ridotta in stato di schiavitù dal califfato.

In Bahrein la situazione appare particolarmente complessa a causa della presenza di una maggioranza sciita a fronte di una casa reale sunnita. In seguito ad alcuni episodi di rivolta sociale l’Arabia Saudita ha inviato truppe nel paese nel tentativo di sedare moti di protesta sciita.

In Bahrein c’è un’importante presenza occidentale grazie a due basi militari statunitensi e britannica che tuttavia non hanno impedito l’arresto di numerosi attivisti per i diritti umani e leader dell’opposizione sciita. Marina Petrillo sottolinea come nel paese ai diritti umani degli sciiti debbano essere associati i diritti umani dei numerosi lavoratori stranieri africani costretti a lavorare in condizioni prossime alla schiavitù.

In Palestina gli attivisti per i diritti umani debbono superare l’ostacolo rappresentato dalla mancanza di una nazione internazionalmente riconosciuta. Infatti in Palestina ciò che manca è la percezione psicologica di appartenenza a una nazione; mancando tale percezione risulta difficile anche il consolidamento del concetto di “cittadinanza” legato a propria volta al sentimento di appartenenza nazionale. In definitiva, si evidenzia, senza nazione statuita non ci può essere un apparato giuridico che garantisca la cittadinanza e i relativi diritti.

In Egitto nelle ultime due settimane si sono e si stanno verificando arresti, spesso in locali pubblici, di massa fra gli attivisti in particolare fra i giornalisti che aderiscono all’associazione di categoria  mentre sono frapposti ostacoli alla pubblicazione di articoli da parte di giornalisti stranieri.

Poiché la reazione governativa si è intensificata gli attivisti dei diritti umani divulgano meno le iniziative di cui sono promotori provocando così una contrazione della visibilità della protesta presso i grandi media internazionali. Inoltre per eludere i controlli cui sono sottoposti i social media gli attivisti per comunicare fra loro si servono di mezzi alternativi quali la messaggistica cellulare e alcune applicazioni per smartphone quali “whatsapp” e affini.  Dato che i social media sono sorvegliati è prevedibile che in un immediato futuro le informazioni fra attivisti dei diritti umani avverranno tramite altri canali.

L’atteggiamento dei media occidentali rispetto all’attuale governo di Al Sisi appare mutato: mentre in un primo tempo c’era una posizione di sostanziale accondiscendenza verso il leader egiziano in cui si individuava un possibile riformatore in senso laicista dell’islam – una sorta di Lutero islamico –  dopo la dolorosa vicenda di Giulio Regeni la prospettiva è cambiata.

Specialmente l’ambasciatore al Cairo, Maurizio Massari, che ha seguito la vicenda Regeni, ha sensibilizzato il governo italiano a mutare atteggiamento verso Al Sisi: lo stesso Regeni, a giudizio dei relatori, presso l’opinione pubblica rappresenta la cosiddetta “Generazione Erasmus” ossia  assurge a simbolo di una gioventù  sempre più desiderosa di fare militanza politica attiva e orientata al multiculturalismo.

Infine in Sudan si registrano abusi e violenze sulle donne da parte di miliziani di opposte fazioni.

Interessante a latere del dibattito sui singoli paesi in cui i diritti umani sono violati alcuni approfondimento che riguardano il Medio Oriente in generale. Soprattutto una certa miopia occidentale si sarebbe cullata nell’illusione della stabilità dei governi arabi precedenti le cosiddette “primavere arabe” trascurando così gli atavici problemi in cui da tempo si dibatte il Medio Oriente.

In realtà, secondo i relatori, il conferimento della stabilità politica può avvenire senza alcuna necessità di provvedere un processo di occidentalizzazione dei paesi arabi più o meno forzato; in sostanza è possibile avere governi stabili e rispettosi dei diritti umani in Medio Oriente nella permanenza dei costumi e della religione islamica che apparirebbero così conciliabili con alcune forme tipiche della modernità.

In questo senso svolgono un ruolo fondamentale i giovani arabi che hanno studiato all’estero i quali, pur preservando la propria identità culturale, possono creare un clima favorevole alle istanze riformiste. In questo senso appare decisivo il ruolo della generazione degli attuali trentenni  e delle giovani donne più istruite che avendo assorbito alcuni elementi tipici del femminismo sarebbero particolarmente in grado di favorire i necessari cambiamenti culturali presso i paesi di origine.

Tali fermenti che in una prima fase si sono consolidati in Iran sembrano ora coinvolgere altri paesi del Medio Oriente.

Marina Petrillo evidenzia come nel considerare le vicende mediorientali l’emotività caratteristica della percezione occidentale risulti nociva. Occorre invece uno sguardo più realista che consideri soprattutto il contesto ambientale in profonda trasformazione nei paesi coinvolti: la nascita di una nuova consapevolezza politica e sindacale fra i giovani  infatti è un fenomeno che merita maggior attenzione soprattutto dai grandi media occidentali.

In questo senso anche la grande editoria italiana non permette di avere uno sguardo lucido sulle incipienti trasformazioni delle società mediorientali soprattutto perché concede poco spazio alla saggistica di autori arabi, ossia di quei soggetti che meglio conoscono la realtà dei loro paesi di appartenenza. La conoscenza della saggistica mediorientale è infatti troppo confinata nei recinti accademici e pressoché sconosciuta al grande pubblico.

A conclusione del dibattito Paola Caridi sottolinea come una errata cognizione occidentale ritenga ancora immature le società mediorientali in relazione alla capacità di accogliere realtà culturali alternative. In realtà il mondo arabo sarebbe molto più aperto al multiculturalismo di quanto possa apparire in occidente come dimostrerebbe l’alto grado di integrazione di immigrati provenienti dallo Sri Lanka o dall’India in realtà mediorientali.

Il dibattito ha dovuto trattare per forza di cose in modo sintetico la situazione dei diritti umani nei paesi del Medio Oriente: ne emerge il ritratto di una società che sta mutando velocemente il proprio sguardo sulla realtà sociale, che sta maturando una nuova consapevolezza politica e che sta avviando un faticoso processo di modernizzazione.

Come già nel corso del dibattito inaugurale del Festival restano confinati in una sorta di cono d’ombra alcuni temi su cui non ci si è soffermati come le persecuzioni cui sono soggetti i cristiani d’oriente e l’inefficacia della cosiddetta coalizione occidentale a guida statunitense nel fronteggiare l’Is specie a fronte della ben più determinata azione della coalizione a guida russa.

Marco Sambruna

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