Global Village

Cronaca di un terremoto

Ad un mese dal sisma dell’Italia centrale, il vivido ricordo di quella notte di Marco Baggiani

San Pellegrino di Norcia, 24 agosto 2016 – ore 3.36

Con un tonfo sordo il televisore cade dalla sua mensola.

Un brusco risveglio in un letto che salta sul pavimento con ritmo frenetico ed incessante mentre un rumore sempre più assordante si avvicina minaccioso nella notte.
Sopra di me il mobilio del piano superiore scandisce il tempo di continue scosse devastanti che si susseguono senza fine; sopra di me l’assordante rumore di una cascata di tegole che scivola nella strada lungo le falde del tetto: 142 secondi, 142 secondi di distruzione e morte.

Impietrito ed in preda alla disperazione cerco freneticamente l’interruttore della luce del comodino.
La mano scorre sulla parete e percepisce la discontinuità lunga e profonda di una fessura da poco scolpita nell’intonaco: una ferita in cui la mia mano si perde penetrando nello spessore di un muro oltre il quale è visibile il buio della notte.

La disperazione diventa orrore e terrore, e cresce sempre più la consapevolezza di essere solo, in un tunnel forse senza uscita. Vampate di calore e brividi di freddo mi percorrono e mi avvolgono, mentre le dita si stringono al telaio ballerino del letto nella ricerca spasmodica di una assurda e forse inutile ancora di salvezza.
Vorrei fuggire lontano, il più lontano possibile ed un grido incontrollabile, acuto, forte, incessante, libero e sfrenato si prolunga nel vuoto dell’immensità e nel buio della notte per 142 lunghissimi secondi. Un grido potente, ma impotente; disperato e pieno di speranza che le mie corde vocali scandiscono stridule.

Accanto a me Luciana ammutolisce, paralizzata dal terrore.
Riesco ad alzarmi e brancolando nel buio corro, non so dove, alla ricerca di una via di uscita: “Corri, Marco, prima che tutto sia finito, per sempre!”: sotto i miei piedi ondeggia il ponte di legno di un vecchio veliero in preda alla tempesta.
Il buio mi circonda, mi avvolge e penetra in me mentre cammino alla cieca con fermezza e decisione laddove mi porta l’istinto: fuori, all’esterno, verso la luce, verso la libertà.
Il passo vorrebbe essere sicuro ma non trova la certezza dell’appoggio ed ondeggia tra due strette pareti come un pennone in balia del vento: le pareti di un corridoio breve ma eternamente lungo, largo ma per me troppo stretto.

sanpellegrino02Sulla destra la porta della camera in cui due delle mie tre figlie ed un loro amico condividono con me e Luciana quei pochi tragici istanti troppo lunghi, eternamente lunghi; senza fine e pieni di angoscia, disperazione e terrore in una notte che non vede l’alba e non vuole finire.
Non ho voce, ho urlato troppo, ma tre parole escono ancora dalle mie labbra secche e inaridite: “Le torce elettriche!”. Ecco, un filo di luce attraversa la polvere che si stacca dalle pareti della casa, mentre una fessura trasversale ostacola il cammino del piede in fuga lungo il corridoio; ripercorro la strada già fatta e cerco le pantofole, le calzo e, ansioso, riprendo la mia corsa disperata verso la speranza di vita. Dietro di me la mia famiglia, sotto di me l’ondeggiare del pavimento, sopra di me la macabra danza del soffitto.
Corro sui vetri rotti, sui libri, sui quadri e intravedo la luce bianca e tenebrosa della luna che penetra attraverso il lucernario del portoncino disegnando sulle pareti l’assurdo affresco di uno spettro astratto. I suoi raggi sembrano fantasmi nella notte e le ombre dei lampadari ondeggiando sulle pareti sembrano mostruose macchine di tortura e di morte che danzano ritmi frenetici ed incessanti.

Sento l’odore dell’aria umida della notte che apre i miei polmoni all’ossigeno: sono fuori, sono vivo! E con me vive tutta la mia famiglia!
Ora posso controllare il mio cuore da troppo tempo impazzito oltre ogni limite. Il respiro è volutamente guidato e cadenzato con ritmica metodicità e cerco di ritrovare la perduta calma e la razionalità. Ho freddo, ho caldo, e barcollo ancora sotto i colpi violenti e innumerevoli di un terremoto che non vuole fermarsi.

10, 20, 100 fendenti…, forse di più: uno sciame che continua vigliaccamente a fiaccare la mia resistenza. Ma sono fuori, siamo fuori, salvi!
Dai tetti cadono le tegole, spade di Damocle che non perdonano.  Corro nella strada in discesa, al centro, per evitare quella pioggia di calcinacci che ancora piove dall’alto.

Un bambino è impietrito sotto l’archetto del suo uscio, il fratellino, ignaro, ancora dorme; la mamma in preda all’angoscia urla e li cerca: sono lì, vicino a lei, ma lei non li vede. Non c’è tempo, e con frenetica violenza qualcuno prende in braccio quel bimbo spaventato e solleva quel fagottino che dorme trascinando via la mamma; qualcun altro dietro di noi sta correndo senza scarpe con il papà di 80 anni, disabile, sulle spalle.
Anche lui barcolla, come noi, più di noi, nella spasmodica ma controllata corsa fuori dall’abitato e dalle macerie, lontano, …verso quel campo di erba fresca. La rugiada della notte che lo ricopre è balsamo per i nostri piedi, ristoro contro l’ansia ed il terrore, sollievo per l’animo. Ecco, siamo al sicuro.

sanpellegrino00È trascorsa sì e no un’ora da quell’infame ora, le 3.36, eternamente sancita dall’orologio del campanile ormai lesionato a morte, un’ora che nessuno di noi mai più scorderà.
Ma l’eco sinistra del terremoto ci preannuncia un nuovo tremendo sobbalzo e presto nuove nuvole di polvere bianca si innalzano vigliaccamente come nebbia nel giallastro bagliore della luna. E un pianto sommesso e dignitosamente controllato lascia comprendere che dietro quella nuvola una casa non c’è più, la casa di chi in un attimo ha perso per sempre l’oggetto dei sacrifici della propria vita; che dietro quel pianto c’è chi ora vede la sua esistenza distrutta dal soffio effimero di un ultimo infame sussulto del sottosuolo.
Ancora paura, ancora terrore, ma insieme; stanchi, affranti, sporchi, sudati, infreddoliti, tremanti, impauriti, impazziti, ma insieme, tutti!

Da lontano si percepisce lo sferrare dei cingoli d’acciaio dei trattori dei contadini, e le luci dei loro fari aprono uno spiraglio di speranza nella notte. Il rumore dei motori sovrasta quello del terremoto diffondendo nell’aria il profumo di una tregua e di una temporanea tranquillità, mentre il cielo si tinge di rosa quasi in un segno di pace, simbolo sicuramente di divina misericordia.

È l’alba…
Quel pianto di disperazione lascia ora trasparire un melanconico sorriso, mentre sulla strada, tra gli alberi e le violacee cime dei monti scorgiamo la colonna della Protezione Civile in arrivo.

Cerchiamo di far giocare i bambini mentre nell’aria si assapora l’odore di un caldo caffè preparato, come in un tempo passato, tra le ritrovate fiamme di un improvvisato fuoco di campo.

È l’alba, abbiamo sete, ma ricomincia la speranza: oggi è un nuovo giorno, si vedrà!

Marco Baggiani

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...